Lo spettatore accorto
TONACHE -E CRONACHE- ALLO SBARCO DEI ‘MILLE’
“Il prete garibaldino” di Libero Pilotto- Sala Chaplin di Catania
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Scritto in veneto dall’aut-attore ottocentesco Libero Pilotto, tradotto in lingua siciliana e messo in scena negli anni ’70, “ Il Prete garibaldino” rispolvera il mito dell’eroe dei due mondi, attraverso la semplice storia di un prete sotto la cui tonaca batte il cuore di un patriota.
Di preti al seguito di Garibaldi, nonostante le sue idee violentemente anticlericali, ve ne furono tanti. Nel famoso proclama ‘Ai buoni preti’ del 14 Maggio 1860 Garibaldi dichiarava:
“…Ciò che consola però e che promette non perduta la vera religione, sì è vedere in Sicilia, i preti marciare alla testa del popolo per combattere gli aggressori…”. Così assursero alla storia ‘buoni preti’ portatori di idee progressiste come padre Gioacchino Ventura o come Giovanni Pantaleo che, divenuto cappellano dei Mille, giunse a rigettare la tonaca, o ancora l’appassionato “fraticello” Giuseppe Fagnano, passato poi per consiglio stesso di Garibaldi all’esercito, per poi uscirne e riprendere definitivamente la sua vita di sacerdote militante missionario in Sud America.
Il capitolo dei rapporti tra la chiesa e Garibaldi meriterebbe ulteriori approfondimenti in altra sede.
In ogni caso questo argomento non può non toccarci. Sulle vicende risorgimentali, su quel fervore che incendiò gli animi dei futuri italiani, sono stati versati fiumi di inchiostro,forse un po’ annacquati da vicende meno gloriose che continuano a funestare la vita politica italiana, assai lontana dall’ardore garibaldino che malinconicamente ci trascina nei suoi gorghi passionali davanti allo squallore del Presente. Inevitabile confronto.
Il merito di avere riportato in scena questo “Prete garibaldino” di un autore trascurato, liberale e patriota, capace di ridestare interesse per un tema trascurato come i rapporti tra chiesa e Risorgimento, va alla Sala Chaplin di Catania che ha scelto questa pièce di sicuro impatto drammaturgico, per riaprire i suoi battenti, dopo lungo peregrinare.
Questa commedia dimenticata, ci riporta ad un’atmosfera pervasa di sentimenti e nobili ideali che, conoscendo gli epigoni, non può che intenerirci e indignarci.
Proprio con le note dell’inno nazionale il regista Camillo Sanguedolce ha voluto chiudere la storia del piccolo episodio racchiuso tra le mura domestiche della famiglia di un pretino poi spretato per amore, aiutato dal più anziano collega, Don Gaetano (un accattivante Cosimo Coltraro) che nel finale si rivelerà garibaldino combattente.
L’amore per una donna e l’amore per la patria trionfano sulla tonaca. Anticlericalismi? Romanticismi? Sicuramente le idee liberali soffiano venti impetuosi in quest’opera quasi sconosciuta.
Condita da battute sagaci e dalla verve degli attori, accurati nelle fogge grazie ai bei costumi, la vicenda si snoda fluidamente, pur mantenendo l’originale composizione e struttura tradizionale,
ben condotta da una garbata regia, rispettosa, ma al tempo stesso attenta nelle intenzioni a miscelare il melodramma con la comicità, al punto da auspicare nelle note di regia a questa commedia “settentrionale” di diventare un classico del teatro siciliano.
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“Il prete garibaldino”
Di Libero Pilotto Traduzione di Ignazio Aguglia Produzione :Associazione culturale Sala Chaplin
Regia: Camillo Sanguedolce Scene: Sala Chaplin Costumi : Rosy Bellomia
Luci: Bruno Mirabella
Con: Cosimo Coltraro, Franco Leontini, Carmela Trovato, Alessandro Caramma, Concita Lombardo, Antonio Reina, Santo Mirabella.